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mentono sapendo di mentine

mercoledì 31 ottobre 2012

PUGNI CHIUSI. Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso



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mercoledì 7 marzo 2012

mercoledì 29 febbraio 2012

''Chi sono i NoTav'', l'intervista a Luca Abbà per Piazzapulita

Alessandro Sortino aveva intervistato il leader del Movimento No tav Luca Abba', ricoverato in gravi condizioni al Cto di Torino dopo essere precipitato da un traliccio dell'alta tensione su cui si era arrampicato

L'anteprima da Piazzapulita La7

lunedì 27 febbraio 2012

NICOLAI LILIN - CADUTA LIBERA


La guerra cecena come specchio di ogni guerra contemporanea.
Questo è il racconto di chi l’ha combattuta facendo il cecchino in un gruppo d’assalto.
Un libro che ti appare, prima, spietato e terribile, poi semplicemente vero. Perché ti mostra come l’uomo possa essere condotto oltre l’uomo, in un inferno molto terreno dove non esistono né il bene né il male.
Chi ha scritto queste pagine, raccontando ciò che ha vissuto, non è un cecchino. Ma ha fatto il cecchino per due anni di servizio militare in un gruppo d’assalto dell’esercito russo durante la Seconda campagna cecena. Non sempre si è ciò che si fa. L’uomo dovrebbe essere più di ciò che fa. Ma ciò che fai può essere così orribile da cambiare ciò che sei: un uomo.
La guerra che in queste pagine vedi – perché l’equipaggiamento simbolico di Lilin è soprattutto visivo, come quello della gran parte di noi – non ha orizzonti, né ideologie, né complesse visioni del mondo. Tutto è ravvicinato come attraverso il cannocchiale di un fucile di precisione. Ma è proprio tale assenza di prospettiva a rendere queste pagine terribili più grandi degli eventi che raccontano. Così, la guerra che vedi non è solo quella cecena, ma è la guerra come la si combatte oggi in ogni parte del mondo. Quella senza politica, senza dichiarazioni ufficiali, senza il teatro dei media. Ma con tutta la tecnologia disponibile. E ogni tecnologia – se togli l’uomo come accade in guerra, se togli non solo la pietà ma anche l’etica – si riduce a strumento bellico.
Il gruppo di sabotatori raccontato da Lilin con un aurorale talento di narratore non si trova su un fronte, ma nel caos dell’azione in prima linea o dietro le linee nemiche. Gli uomini sono per lo più arruolati contro la propria volontà e combattono per la propria sopravvivenza contro il nemico e contro i traffici del proprio Comando. Fra le case, nei cortili, sul fianco di una collina, nelle fogne o all’interno di una moschea.
I nemici sono semplicemente gli «arabi» – come vengono chiamati senza distinzioni e in un assurdo guazzabuglio «ceceni, musulmani, afghani, talebani, terroristi o combattenti di qualunque fede politica» – che bisogna annientare senza pietà ma soprattutto senza esitare, pena la vita. L’unica lealtà possibile è quella primitiva verso il compagno nel gruppo assediato dal mondo di fuori. Si uccide con armi ad alto potenziale o di precisione, ma anche con il pugnale o con una pistola appoggiata alla nuca. E il corpo del nemico fatto a pezzi diventa manichino. Chi lo guarda, per poter sparare meglio si è appena trasformato in una pietra senza respiro e senza vita e ora posa su di esso uno sguardo estetico. E tu capisci che l’uomo non c’è più. Provi orrore quando Lilin non confessa, ma semplicemente dice di aver provato piacere a uccidere, la «gioia» dell’assassino addirittura, ma ti rendi conto di essere di fronte a un frammento di verità.
Ogni guerra, qualsiasi guerra se la vedi senza i filtri dei princìpi o delle ideologie, è come questa. Ed è così per le vittime come per i carnefici. Porta l’uomo oltre l’uomo, sì, al di là del bene e del male. Tutto il resto è letteratura.

lunedì 13 febbraio 2012

UN CALCIO IN BOCCA FA MIRACOLI


Il protagonista di questo libro è un vecchio scorbutico, vitale, simpaticissimo, che fa i conti con l'ostinazione della sua prostata, con un'insana passione per la portinaia e con la sua amicizia per Armando, aspirante Cupido in pensione.
L'ironia e il caratteraccio invecchiando migliorano come la grappa, per questo ci diverte così tanto la sua voce cinica, borbottante, capace di battute fulminanti sempre in bilico tra la sciocchezza e il colpo di genio.
Dentro quella voce, poi, ne sentiamo guizzare un'altra che conosciamo bene: quella di Marco Presta, autore della trasmissione cult «Il ruggito del coniglio».

RACCONTI DI PARETI E SCALATORI


L'albeggiare sotto la parete, la roccia fredda delle prime lunghezze di corda, i raggi del sole che riscaldano le dita, la luce violenta del giorno, il respiro affannoso, il vuoto delle altezze che non dà tregua. Senza dimenticare che una volta in cima non si è che a metà strada.
L'alpinismo è «conquista dell'inutile», dilatazione del tempo e dello spazio, superamento del possibile: un'epica contemporanea in cui si fondono poesia del pericolo e rispetto delle regole, acerrime rivalità e amicizie indissolubili.

Dalle pareti di ghiaccio degli Ottomila agli spigoli granitici del Monte Bianco, dalle big wall californiane agli strapiombi dolomitici, i racconti dei più grandi alpinisti-scrittori di sempre: Bonatti, Messner, Cassin, Krakauer, Simpson, Mila, Maestri, Rey, Buhl, Scott, Bridwell, Boivin, Seigneur, Comici, Stephen, Benuzzi, Solleder...

Michelangelo, Madonna col Bambino - Palazzo Madama Torino

Massimo Zamboni live Blah Blah, Torino 11 febbraio 2012

mercoledì 10 agosto 2011

il salto tra la vita e la morte

Michele Smargiassi commenta la fotografia simbolo dei ''giorni di Londra'': una donna immortalata mentre salta da un edificio incendiato durante le rivolte che hanno devastato la capitale britannica. L'occasione per ripercorrere gli istanti in cui i fotografi, come la londinese Amy Weston, riescono a cogliere l'attimo in cui una scelta decide un destino, individuale o collettivo. (da Republica.it)

lunedì 8 agosto 2011

L'arte della fotografia nella Mosca dell'800


Mosca - Un bosco di betulle nella nebbia o una ragazza nuda tra i vapori di un bagno caldo possono avere mille sfumature di bianchi e di grigi, ed evocare emozioni come i quadri di certi impressionisti. Stampate su complesse gelatine d'argento a metà dell'Ottocento nella Russia degli Zar quelle immagini ripropongono ancora il dibattito che accese lo spirito polemico di Baudelaire e finì per coinvolgere una maestro della pittura come Manet: la fotografia è degna di essere chiamata arte? Finalmente allineate alle pareti del Museo storico di fotografia di Mosca, dopo una ricerca durata anni negli archivi di tutto il mondo, le preziose stampe sembrano dire di sì.
La Russia di Nicola I e Alessandro II, che in quegli anni si apriva a timide prospettive liberali, non aveva dubbi. L'entusiasmo con cui la corte degli Zar accolse la nuova invenzione che veniva dalla Francia non ebbe riscontro in nessun altro paese. Già a metà del 1839, pochi mesi dopo il primo dagherrotipo prodotto a Parigi, entusiasti e danarosi signori inauguravano i primi atelier di fotografia con l'ammirato beneplacito dello Zar. Guarda le immagini Se in Occidente si dibatteva sull'impatto futuro dell'invenzione i russi avevano una posizione precisa: la fotografia è una tecnica sublime per ottenere effetti pittorici mai visti prima. E la mostra appena inaugurata, lo conferma. I ritratti di A. I. Trapani, i panorami di N. I. Bobir, il monumentale ciclo "Il Volga dalle sorgenti alla foce" di M. P. Dimitriev dominano la scena e raccontano di un'epoca in cui una Russia che aboliva la legge della gleba, si avvicinava al progresso con caotico entusiasmo. All'inizio del '900 gia venticinquemila macchine fotografiche venivano importate ogni anno dalla Francia e dagli Stati Uniti. Prima per i membri della famiglia reale, poi per molti professori universitari e infine anche per semplici cittadini e perfino qualche contadino da poco "liberato". E forse a proprio a questi si devono gli scatti più "sociali" e storicamente interessanti come quelli che mostrano il pavimento sterrato della Piazza Rossa, le povere feste di campagna, i rudimentali strumenti di caccia delle popolazioni della provincia profonda.

Un momento magico interrotto bruscamente. Già dopo l'assassinio di Alessandro II il ministero dell'interno impose a tutti i possessori di una macchina fotografica, una licenza, una tassa molto elevata e l'obbligo di "un registro numerato che possa essere consultato in caso di investigazioni criminali". Nacque così la Società Fotografica Russa fondata nel 1894 dove appassionati di tutte gli strati sociali si scambiavano consigli pratici, organizzavano mostre e concorsi come uno dai memorabili effetti, "La Mosca che sta scomparendo" che ci ha regalato testimonianze di una capitale russa riconoscibile solo tra le righe dei grandi romanzi storici. Pericolosa deriva che dopo la rivoluzione bolscevica diventò particolarmente scomoda. Nel 1920 i membri della società fotografica furono stroncati dai giornali di Partito per la loro "morbosa insistenza sul nudo", "la ricerca di sterili effetti pittorici", e soprattutto "l'incapacità di raccontare la formidabile evoluzione della società sovietica".

Era l'inizio di un boicottaggio che nel 1930 avrebbe portato alla chiusura della società e al veto di organizzare mostre e concorsi fotografici che non fossero approvati dalle strutture di governo. Le foto "d'arte" sparirono dagli archivi, furono prudentemente nascoste o addirittura spedite all'estero. Adesso, riunite temporaneamente in un solo museo, accolgono folle di giovani moscoviti entusiasti alla ricerca di un passato ancora troppo misterioso. Da Repubblica.it Guarda le immagini

giovedì 23 giugno 2011

Christiania resta libera gli hippie riscattano la città


La città dell'utopia di Copenaghen continuerà a vivere, libera e abitata. Gli hippie di Christiania sono riusciti a evitare che le autorità danesi la smantellassero, distruggendone l'utopia. Per riscattarla i suoi 700 abitanti hanno combattuto pacificamente 1 per otto anni, hanno negoziato con le autorità statali che volevano sfrattarli e a distanza di 40 anni dalla fondazione, hanno accettato il modello di accordo elaborato dal ministero della Difesa di Copenaghen. Da oggi potranno avere il diritto di usufrutto del quartiere occupato e autogestito (circa 35 ettari), a condizione che acquistino attraverso un fondo l'intero complesso residenziale per 76,2 milioni di corone danesi, l'equivalente di circa 10,2 milioni di euro. da Repubblica.it FOTO VIDEO Fondata nel 1971 in un campo di caserme abbandonate di fronte alla Sirenetta da un gruppo di hippie, Christiania oggi è salva. "Con l'accordo - ha detto il portavoce della città, Thomas Ertmann - possiamo continuare a essere una società alternativa e Christiania stessa di può rinnovare e sviluppare come un libero stato". L'accordo è stato raggiunto valutando l'insieme delle proprietà circa 3.500 corone (470 euro) a metro quadro, un valore molto al di sotto del prezzo di mercato. E' stato definito "bellissimo" dall'avvocato della comunità, Knud Foldshack, e ha avuto sostegno bipartisan in un Paese retto da un governo di centrodestra. Tanto da essere stato benedetto dal portavoce per le politiche finanziarie del partito conservatore, Mike Legarth: "Se gli abitanti di Christiania avessero dovuto pagare il prezzo pieno di mercato non avrebbero avuto alcuna possibilità".

Invece Christiania, che ha una propria valuta e propri costumi, leggi e regole autonome, dove la proprietà è collettiva, le auto quasi non circolano, così come la violenza, le armi e le droghe pesanti sono tenute fuori, dove le decisioni politiche vengono prese in sessioni plenarie o "incontri di zona", con le sue strade senza asfalto, e le bancarelle per le droghe leggere, è un sogno che può continuare a esistere e continuare a essere una delle mete preferite dell'intera capitale danese. Negli anni di negoziati e lotte per la sua chiusura, gli abitanti contrattaccarono con umorismo e perseveranza. Quando nel 2002 le autorità chiesero che il commercio di hashish venisse reso meno visibile, gli abitanti coprirono le bancarelle con teli mimetici. Dal 2004 il commercio della sostanza prosegue su base personale, come un modo per persuadere il governo a lasciare in vita Christiania. Il 19 maggio 2007, a 35 anni dalla sua nascita, la polizia distrusse uno dei primi edifici. Da oggi la lotta finisce, e l'utopia è stata valutata a un prezzo di dieci milioni di euro. Che, assicurano gli abitanti, "riusciremo a pagare". da Repubblica.it

ACCABADORA

Maria e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l'aspettano, come imparare l'umiltà di accogliere sia la vita sia la morte.
D'altra parte, «non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada».


giovedì 9 giugno 2011

BELLA GENTE D'APPENNINO



«All’origine di tutto ciò che posseggo c’è l’alfabeto. L’abbecedario su cui imparai a scrivere e leggere: A come albero, B come barca, C come casa, D come dono... dono e destino. Appena prima avevo imparato a tracciare, con mano sicura, gesti antichi: aste, croci, tondi, quadri. Segni e simboli. La parola scritta, la lettura sillabante, lo studio. Sapere e fare. Ricchezza del conversare. Non ho speso bene i miei giorni. Molti li ho sciupati, di molti sono stato spettatore. Troppi li ho macerati, estenuanti, in una sequela di tensioni senza soddisfazione; in guerra con tutto e con me stesso. Me ne sono liberato, a volte con fatica sempre con sollievo».