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mentono sapendo di mentine

martedì 15 giugno 2010

Bloody Sunday

mea culpa di Cameron "Fu ingiusto e ingiustificato"

Presentato il rapporto della Commissione indipendente sulla strage di manifestanti cattolici a Derry nel 1972 ad opera dei parà britannici. Il premier: "Conclusioni inequivocabili: è stato sbagliato". I familiari manifestano

LONDRA - "Ingiusto e ingiustificato". David Cameron riconosce, con parole inimmaginabili solo pochi anni fa per un premier britannico, le responsabilità del suo Paese in uno dei capitoli più sanguinosi dei trent'anni di guerra civile in Irlanda del nord: la Bloody Sunday. Oggi verrà reso noto il rapporto della commissione d'inchiesta sui tragici eventi della domenica di sangue del 1972, in cui 14 manifestanti cattolici vennero trucidati dai parà inglesi a Derry. Cameron l'ha letto e ne ha tratto una conclusione netta: "Sono patriottico e non voglio mai credere a niente di cattivo sul nostro Paese, ma le conclusioni di questo rapporto sono prive di equivoci: ciò che è successo il giorno di Bloody Sunday è stato ingiusto e ingiustificabile. E' stato sbagliato", ha detto il primo ministro conservatore presentando il rapporto di Lord Saville of Newdigate.
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Ci sono voluti 12 anni di lavoro e 195 milioni di sterline di spesa, migliaia di audizioni per ricostruire in cinquemila pagine quel che accadde il 30 gennaio di 38 anni fa nella città nordirlandese, Londonderry per la Gran Bretagna, Derry per i repubblicani nordirlandesi, roccaforte del movimento indipendentista repubblicano.
Il rapporto accusa esplicitamente alcuni dei militari di aver ucciso illegalmente i civili, aprendo la porta a processi, 38 anni dopo quei fatti. Le vittime, ha detto Cameron citando il rapporto, "non erano armate". Furono sparati colpi da paramilitari repubblicani, ma questo "non giustificò l'uccisione di civili". Una prima inchiesta, chiusa frettolosamente dopo la strage, concluse che i parà avevano sparato sulla folla per legittima difesa dopo che i manifestanti gli avevano sparato contro. Una falsità oggi smascherata ufficialmente.

Cameron ha compiuto certo un atto di coraggio nel mea culpa per l'uccisione indiscriminata dei manifestanti che quel giorno erano scesi in piazza per difendere i diritti civili violati della comunità cattolica nelle sei contee dell'Ulster. Ma non ha certo rinnegato la politica britannica nell'isola irlandese. Il "Bloddy Sunday" non è ciò
che definisce la presenza delle forze britanniche nell'Irlanda del Nord fra il 1969 e il 2007, ha detto il premier. Cameron ha tuttavia ammesso che "alcuni errori sono stati fatti", e che "non vi sono giustificazioni per l'uso della forza da parte dei soldati", ma difeso l'"impegno e il coraggio" dei militari britannici nell'Ulster. La verità, ha detto, "per quanto dolorosa, non ci rende più deboli, ma più forti, questo è quello che ci distingue dai terroristi". Quello che è accaduto nel Bloody Sunday ha rafforzato l'Ira ed esacerbato il conflitto, ha ammesso. "L'Irlanda del Nord è stata trasformata negli ultimi vent'anni, proseguiamo questo lavoro di cambiamento, insieme con tutti i nordirlandesi", ha quindi affermato Cameron.

Per Derry la ferita è ancora aperta. Amici, parenti, politici e sostenitori hanno sfilato oggi per le strade di Derry, dove il rapporto è stato presentato nel palazzo della Guildhall (sede del consiglio comunale) da Lord Saville, che fu incaricato dell'inchiesta dall'allora premier Tony Blair. Ognuno di loro, entrando nell'edificio dove è stato dato loro il rapporto in anteprima, ha alzato un cartello con la foto di una delle vittime, tra gli applausi dei presenti.

Kay Duddy, il cui fratello Jackie fu il primo a essere ucciso, ha detto: "Abbiamo aspettato così tanto, e ora siamo qui, ho un nodo allo stomaco. Così tante volte abbiamo pensato di essere vicini alla verità, e pensare che ora lo vedremo nero su bianco. Spero di riuscire ad arrivare alla fine di questa giornata". Nella borsa portava un fazzoletto con la scritta 'Padre Edward Daly', lo stesso che quel prete usò per tentare di fermare il sangue che usciva dalle ferite del fratello colpito a morte. L'immagine di padre Daly è rimasta l'icona di quella domenica.

dal sito di Repubblica

lunedì 14 giugno 2010



"Agonia della notte" è il secondo romanzo del ciclo narrativo intitolato "I sotterranei della libertà", dopo "Tempi difficili". In questa trilogia Amado tenta una ricostruzione della storia politica del suo Paese descrivendo il periodo di dittatura di Vargas, il cosiddetto Estado Novo. E per fare ciò utilizza le sue capacità di narratore e di "cantastorie", mescolando vicende e personaggi di tutti gli strati sociali, intrecciando storie vere e inventate, sapidi fondali tropicali e squallidi panorami metropolitani.

mercoledì 9 giugno 2010

Giorgio Bocca in Calabria "dove umiliano gli onesti"


30 anni dopo la morte di un militante del Pci a Rosarno, due scrittori ne rifanno la storia. E intervistano il grande giornalista: "Perché quando in Italia si fa un passo in avanti, qui se ne fanno due indietro?"
di DANILO CHIRICO E ALESSIO MAGRO

dal sito di Repubblica
Giuseppe Valarioti era un insegnante precario, viveva a Rosarno, il paese della piana di Gioia Tauro tornato tristemente in prima pagina nell'inverno scorso. Fu ucciso a 30 anni nella notte fra il 10 e l'11 giugno del 1980, Aveva appena finito di festeggiare la vittoria del Pci alle elezioni. Fu il primo omicidio politico di 'ndrangheta. 30 anni dopo, i giornalisti Danilo Chirico ed Alessio Magro hanno scritto "Il caso Valarioti, così la 'ndrangheta uccise un politico onesto e diventò padrona della Calabria", 15 euro, Round Robin Editrice. 1

Pubblichiamo qui l'intervista a Giorgio Bocca contenuta nel libro.
Racconta Giorgio Bocca che la prima cosa che diceva appena arrivato in un nuovo giornale era "partiamo", facciamo un viaggio al sud. "Era per la mia curiosità", dice. Aveva capito "che lì c'era una miniera di notizie". La curiosità, appunto. La cosa che più di ogni altra fa grande un giornalista.

Di reportage al sud Giorgio Bocca è un vero esperto. "Ne avrò fatti venti di viaggi al sud", dice. Tutti i giornali ("A parte la Gazzetta del Popolo", precisa) lo hanno "mandato giù, sin dagli anni Cinquanta: all'Europeo uno dei primi servizi era su un giovanotto che aveva rapito una ragazza per sposarla. Veniva fuori -sottolinea- questo strano mondo in cui vigevano regole di un gioco barbaro". Da allora ha sempre continuato a fare il suo lavoro di giornalista "ponendomi la stessa domanda: perché quando in Italia si fa un passo avanti, qui se ne fanno due indietro?". Non ha una risposta, neppure oggi. È sincero invece il suo "stupore" dovuto al fatto che "nel corso degli anni non c'è mai stata una vera differenza". Nessun miglioramento vero, "forse per alcune cose è sempre peggio". Un atto d'accusa pesante.

Tra le tante inchieste sul sud, una viene spesso ricordata. Per la capacità di guardare nelle cose, perché è figlia di un viaggio lungo e pieno di storie incredibili, per l'analisi spietata e cruda dei fatti. Perché è finita in un fortunatissimo libro del 1992: "L'inferno-Profondo Sud, male oscuro".

Scrive Bocca: "Visto dall'alto, l'inferno degli italiani è bellissimo". E dice già molte cose, nel profondo. Nel capitolo dedicato alla Calabria ("Aspra Calabria") racconta della Locride e dei sequestri di persona (e gli viene in mente il Vietnam), di Corrado Alvaro e San Luca, di medici legali e sbirri, di 'ndranghetisti e avvocati. Racconta del suo incontro con il senatore poeta Emilio Argiroffi e delle imprese del ras della Dc di Taurianova Ciccio Mazzetta, della cosca Piromalli e del sequestro di Paul Getty jr, del giudice Cordova e dell'omicidio dell'ex presidente delle Ferrovie dello Stato Vico Ligato ("era un ladro"), delle leggende e dei segni della Magna Grecia, dello storico Gaetano Cingari ("era molto bravo, ricordo una sera a cena a casa sua che si vedeva il mare") e di Giacomo Mancini ("un politico che mi piaceva perché era un uomo coraggioso e deciso, nella politica contava"). Racconta anche di Rosarno, della morte di Peppe Valarioti e della battaglia di Peppino Lavorato.
Dell'inferno del sud, della Calabria, Bocca ascolta i suoni e respira gli odori, attraversa le viscere. E non può non chiedersi ancora oggi, a distanza di quasi vent'anni, "per quale peccato originale, per quali orgogli, per quale maledizione della storia, per quale fatalità geografica noi italiani del nord e del sud non riusciamo a fare di questo Paese un paese unito?".

Di questo siamo andati a discutere con Giorgio Bocca quando abbiamo deciso di scrivere questo libro. La sua casa di Milano sta in centro, a due passi dal Cenacolo di Leonardo. Ci riceve nel suo studio, una stanza vissuta in maniera creativa, quasi fosse quella di un adolescente. Sta dietro la sua scrivania -enorme, piena di giornali- e risponde con calma e passione alle domande. Fa spesso riferimento al passato, alla memoria, alla storia.
Spiega: "Sono un po' prevenuto: mio nonno era un sergente savoiardo che dava la caccia ai briganti", ride fragorosamente. "Povero diavolo -aggiunge - non capiva cosa facevano". Poi il discorso di fa subito serio. Bocca riflette ad alta voce, cerca una soluzione. Parla del sud, ma si riferisce all'Italia di oggi. Che non gli piace, come sa bene chi legge la sua rubrica settimanale su L'Espresso. Che considera in pericolo, che quasi gli fa paura.

Si chiede spesso, ammette, "il perché nel meridione d'Italia ci sono mali così radicati", perché dalle nostre parti ci sono problemi che non si trovano in zone simili alle nostre: "Non li trovi né in Grecia, né in Spagna". Analizza: "Ogni volta che uno fa un'indagine trova i colpevoli: di solito si cerca una risposta politica, si parla del capitalismo, per esempio, magari della destra. Poi però a una riflessione un po' più profonda emerge chiaramente che la risposta è insufficiente: non si riesce mai a trovare un riparo definitivo, la vera peculiarità dei guai del meridione". La stampa non affronta i temi fino in fondo perché "è difficile e pericoloso affrontarle. I corrispondenti locali sono tutti condizionati e hanno paura che gli sparino. La letteratura s'è occupata tantissimo del sud, la questione meridionale è stata studiata molto, ma nessuno si è occupato di capire la ragione vera" di questo arretramento. In questa indeterminatezza, Giorgio Bocca ha una certezza: "La radice è storica. Ma non riesco a capire quale è, perché ci sia questa perseveranza nel male", perché in Italia "c'è il sud peggiore del Mediterraneo". È una domanda alla quale neppure "i meridionalisti danno una risposta".

Va a ritroso nei secoli, esclude che le colpe possano essere addebitate al periodo della Magna Grecia ? "il periodo aureo", lo definisce. "Ho visitato il museo di Reggio in uno dei rari periodi in cui era aperto. Certe cose erano davvero bellissime" -aggiunge- ha qualche dubbio sulla dominazione spagnola e rileva che "bisognerebbe studiare il periodo di occupazione degli arabi, che è stato importantissimo e secondo me ha avuto un effetto negativo".

Racconta di essere stato recentemente sulla costiera amalfitana e a Napoli: "L'immondizia lasciata per strada... è soltanto la camorra che vuole usare questa cosa per seppellire i rifiuti tossici o è anche la gente che se ne frega? È un mistero per me il perché questa città debba essere così autolesionista".

È lo stato d'animo di un uomo che ha combattuto per la libertà e che oggi avverte che l'Italia sta tornando indietro. Bocca non vuole sottrarsi alle analisi invocando un facile pessimismo, piuttosto partendo dal sud e dai suoi problemi vuole parlare di come sta oggi l'Italia. Pronuncia una frase che, pur nella sua semplicità, fa male come poche: "È triste venire al sud. È costante l'umiliazione degli onesti". Un pugno nello stomaco. Parla degli intellettuali meridionali che vivono una condizione "molto difficile", ma osserva che in fondo a causa di Berlusconi "stiamo sperimentando che anche al nord viviamo tutti in una società autoritaria e arretrata". Berlusconi è riuscito a "mettere in condizioni umilianti le persone. In questo senso le differenze tra nord e sud sono diminuite. La borghesia del nord bada solo ai soldi e ai furti: la mancanza di etica è comune a tutto il Paese". Ha giudizi tranchant sulla politica: Casini? "Fa ridere, è l'erede democristiano peggiore". La Lega? "È una conferma che gli italiani sono antidemocratici e arretrati". Aggiunge lui che per primo scoprì in Italia il fenomeno di Bossi e delle camicie verdi: "È un periodo in cui il razzismo è forte. Siamo al fascismo puro. Quando ho scelto il titolo della mia rubrica su L'Espresso, l'Antitaliano ? racconta ? avevo capito che gli italiani avevano una voglia matta di tornare al fascismo. Purtroppo non imparano mai". Insiste, fino allo sfinimento: "La libertà l'abbiamo consegnata a Berlusconi. Anche la Resistenza, anche il Risorgimento".
(...)

Parla anche di mafia, fuori dagli schemi: "Con il tempo mi sono fatto la convinzione che le mafie sono parte costituente della politica italiana, perché credo che ci sia la necessità che esistano. Organizzano in senso negativo questa anarchia italiana, il consenso, la voglia di anarchia, la disciplinano". Parole pesanti. E ancora: "Il mio governo è mafioso, non puoi chiedere al governo di fare una politica antimafia se è d'accordo con la mafia. Michele Greco ? sottolinea ? aveva una tenuta di caccia in cui andava a sparare fagiani anche il colonnello dei carabinieri. La moglie di Totò Riina ha partorito tre volte nell'ospedale di Palermo e il primario sapeva benissimo dove stava. Le mafie fanno parte costituente dello Stato italiano. Se non si capisce questo...".

Avrebbe "voglia di fare un altro viaggio al sud, ma alla mia età viaggiare diventa impossibile, nella vecchiaia ci sono limiti fisici con cui fare i conti". Spiega: "In quel viaggio in Calabria sull'Aspromonte ho camminato per delle ore e poi... avevo più coraggio. Quando si è giovani si crede di essere immortali. Oggi dei servizi così non sarei in grado di farli". Poi la lezione: "Il giornalismo? Guardare e raccontare. Se uno non è un cretino, la verità la vede subito. Non è difficile capire quello che succede. Si capisce benissimo dove comanda la mafia, dove i politici rubano". Di questo ci sarebbe bisogno

Rifkin-Petrini, dialogo sulla natura

martedì 8 giugno 2010

Battiato - Lindo Ferretti

Franco Battiato prende le canzoni dei PGR e le "disidrata": nasce "ConFusione", un particolarissimo best of. Con Franco Battiato, Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali (chitarrista Pgr), Luca Valtorta (direttore XL). Conduce Francesco Fasiolo

lunedì 7 giugno 2010

Buon compleanno


Incontro con il cantautore che il prossimo 14 giugno festeggia il compleanno. "Già a 50 anni mi resi conto che mi restava da vivere meno di quanto avevo vissuto"
PAVANA - Arrivare a Pavana, la leggendaria, il luogo prescelto da Francesco Guccini per il suo buen retiro, da almeno dieci anni, è come attraversare una selva di profili scoscesi e strade morbidamente tortuose. Da lì, Guccini torreggia, settant'anni portati con orgoglio da montanaro. "Ma attenzione, non li ho mica ancora compiuti" borbotta col suo burbero sorriso, "manca ancora qualche giorno al 14 giugno". Nell'ingresso della casa un grande tavolo contiene di tutto, vecchi fumetti, fogli sparsi, libri, riviste. Dalla cucina, di sapore antico, si vede una verdissima valle che degrada con dolcezza: "In fondo questa è la vera differenza tra me e la maggior parte degli altri cantautori" spiega, "De André, che era mio coetaneo, veniva dalla buona borghesia genovese, gli altri comunque da un ambiente cittadino, urbano, io vengo da qui, dalla campagna, dalla montagnaA proposito di De André. Eravate legati?
"Sì, avevamo anche progettato di fare qualcosa insieme, magari un tour, lui voleva, anche se un po' si scherniva, diceva: ma no tu parli tanto nei concerti, io per niente, ma l'avremmo fatto, avevamo voglia. Poi i manager che per natura sono sempre più sospettosi, si misero di traverso. Io Fabrizio l'avevo conosciuto, a Bologna, nel 1967, avevamo amici comuni, mi ricordo che io gli cantai Per quando è tardi. Lui invece un po' si vergognava, poi cantò molto. Da allora ci siamo sempre sentiti, da qualche parte ho mille lire con la sua firma perché ho vinto una partita di scopa testa a testa. Lui era più legato ai francesi, a Brassens, io più a Dylan. Il primo disco, Freewheelin, me lo passò uno dell'Equipe 84, ma io all'inizio non ero così interessato a scrivere, non ero neanche iscritto alla Siae. Il primo disco non lo firmai neanche, i pezzi erano firmati "Pontiak-Verona", Auschwitz era firmata "Lunero-Vandelli", ma erano tutte mie. Poi le abbiamo corrette, ma non tanto tempo fa".

I settant'anni arrivano come una campana dolente. Ci si sente più soli, nel senso che molti amici non ci sono più?
"Per forza. Da poco è scomparso Renzo Fantini, mio grande amico, è stato da sempre il mio manager, era carismatico, e poi era onesto, in un ambiente che diciamo pure non brilla per questa qualità. Lui fu folgorato come Saulo sulla via di Damasco. All'epoca lavorava con Nilla Pizzi, Sandro Giacobbe, e per caso Victor Sogliani, dell'Equipe 84, era il 1975, mi disse 'ma tu ce l'hai un manager?'. Io no, non ce l'avevo, ma non facevo concerti. Venne Renzo con Bibi Ballandi, da lì decise di lavorare solo con i cantautori, si separò da Ballandi, e così cominciò la storia. E comunque già a cinquant'anni mi resi conto tragicamente che gli anni che mi restavano da vivere erano meno di quelli avevo già vissuto, figurarsi ora. Ma non ci penso tanto, solo quando sento dei limiti. L'altro giorno sono andato al mulino, era la casa dei miei nonni dove abitavo da piccolo, c'è una mulattiera che scende giù, guardavo i sassi, attento a non inciampare. C'è il fiume, una volta lo passavo saltando di sasso in sasso, ora certo no. C'è anche il lago, d'estate si stava là, lo attraversavo tutto e tornavo indietro, ora faccio sì e no cinque metri, ma ancora mi tuffo, anche se l'acqua è gelida. Però notavo una cosa, da giovane facevo i concerti seduto, ora li faccio in piedi, sono proprio un coglione..."

E perché da seduto, un tempo?
"Perché ero abituato a non fare concerti veri e propri, ho cominciato a suonare in pubblico all'osteria delle Dame, quindi stavo seduto, poi arrivò Flaco, eravamo solo in due, e stavamo seduti".

Vecchioni ha scritto che la sostanza delle sue canzoni è il dubbio.
"Non sempre, ma è vero che nelle mie canzoni ci sono molte domande, ma non in tutte, vedi La locomotiva. Poi sì, in canzoni come Il pensionato, e Shomér Ma Mi Lailah, un inno al dubbio. Di certo ora so solo che non sono più giovane. Ho delle canzoni nuove, una è l'ennesima Canzone di notte, la numero 4, credo, e lì un po' parlo dell'età. L'anno scorso feci un concerto a Montalcino, il 13 giugno, la sera dopo festeggiammo, presi la parola per un brindisi, dissi: 'A una persona nata il 14 giugno che nessuno dimenticherà...'. Tutti pensavano che parlassi di me, e invece conclusi: 'a Che Guevara, che è nato il mio stesso giorno'".

Dopo 45 anni è cambiata la sua visione della musica?
"No, io la vedo ancora così la canzone: un signore che si mette lì, ha delle idee per la testa e vuole manifestarle. Poi per carità ci sono prodotti artigianali ottimi, ma io parlo delle canzoni dei cantautori. Oggi sento molte canzoni, non dico brutte, ma inutili, che forse è peggio. Tempo fa dissi dei talent che in mancanza di altro poteva essere un'occasione per emergere, e tutti a dire: 'ecco Guccini apprezza questi programmi'. Mica vero, le case discografiche sono in crisi, ma pensa che io il primo disco Folk beat n.1, l'ho fatto nel 1966, ma il primo di un certo successo è stato Radici del 1972 e in mezzo ci sono stati altri tre long playing. Ora sembra essere tornati agli anni Cinquanta, c'erano belle voci, ma i testi a volte erano ridicoli, ora c'è più abilità, arrivano più preparati, ma non c'è niente dentro. Paoli anche quando cantava Il cielo in una stanza si sentiva che c'era qualcosa dietro, anche se era una canzone d'amore, De Andrè fece delle altre cose, ironiche, serie, io cantavo Auschwitz....

Ricorda quando l'ha incisa?
"Certo. C'erano ancora i tecnici col camice bianco, venne fuori questo signore anziano, o almeno mi sembrava allora, avrà avuto neanche 50 anni, mi disse: 'senta ma è lei che ha fatto questa canzone? Bene le do un consiglio, se vuole continuare a fare questo mestiere, allora cambi genere che con questa roba andrà poco lontano'". da Repubblica .it

venerdì 4 giugno 2010

venerdì 21 maggio 2010

Santoro parla di Santoro

Michele Santoro risponde in diretta a chi l'ha criticato per l'accordo con la Rai che scioglie il suo contratto. Polemiche con il Cda dell'azienda, attacchi a Repubblica, Corriere e Stampa. Rinfaccia a Berlusconi l'editto bulgaro e contesta allo stesso modo maggioranza e opposizione: "Annozero deve essere considerata la perla del servizio pubblico". E sulla sua buonuscita parla di "attacchi ipocriti". Ecco il suo intervento d'apertura ad Annozero

mercoledì 19 maggio 2010


Il regista iraniano Abbas Kiarostami ha voluto cominciare il suo incontro con la stampa al Festival di Cannes chiedendo la libertà del collega e compatriota Jafar Panahi, inprigionato in Iran dal marzo scorso e per questo assente nella giuria di Cannes dove era stato invitato. "Non posso capire come un film possa essere un delitto e ancor di meno un film che non è ancora stato fatto", ha detto Kiarostami, che presenta in concorso 'Copia Conforme'.
Il cineasta ha raccontato che giusto poco prima dell'incontro con la stampa ha ricevuto una chiamata dalla moglie di Panahi, con cui alla fine non ha potutto parlare. Kiarostami ha detto che sperava fossero buone notizie e che sarebbe un buon segnale se Panahi fosse liberato oggi. Invece, una giornalista accreditata al festival ha preso la parola per spiegare che la novità della situazione di Panahi è che il regista de 'Il cerchio' ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza che non è stato però confermato da altre fonti.
Juliette Binoche, che affiancava Kiarostami nella conferenza stampa si è emozionata e non ha potuto trattenere le lacrime. Ma quando i fotografi hanno cominciato a scattare flash, l'attrice ha fatto segno con la mano di fermarsi e le macchine fotografiche sono state abbassate.

Perchè mi accorgo che morire adesso non serve


Diaz, condannati i vertici della polizia


GENOVA - I giudici della Terza sezione della Corte d'Appello di Genova hanno ribaltato la sentenza di primo grado 1 per i disordini e l'irruzione alla scuola Diaz del luglio 2001 a Genova. Tutti i vertici della polizia che erano stati assolti hanno subito condanne comprese tra 3 anni e 8 mesi e 4 anni unitamente all'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Nel complesso le pene superano gli 85 anni. In totale sono stati condannati 25 imputati sui 27.

Il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri è stato condannato a quattro anni, l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini a cinque anni, l'ex vicedirettore dell'Ucigos Giovanni Luperi (oggi all'Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) a quattro anni, l'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola (ora vicequestore vicario a Torino) a tre anni e otto mesi, l'ex vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi a tre anni e otto mesi.
Altri due dirigenti della Polizia, Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati a tre anni e nove mesi. Non sono stati dichiarati prescritti i falsi ideologici e alcuni episodi di lesioni gravi. Sono invece stati dichiarati prescritti i reati di lesioni lievi, calunnie e arresti illegali. Per i 13 poliziotti condannati in primo grado le pene sono state inasprite.

Il procuratore generale, Pio Macchiavello, aveva chiesto oltre 110 anni di reclusione per i 27 imputati. In primo grado furono condannati 13 imputati e ne furono assolti 16, tutti i vertici della catena di comando. I pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini avevano chiesto in primo grado 29 condanne per un ammontare complessivo di 109 anni e nove mesi di carcere. In primo grado furono assolti Francesco Gratteri, ex direttore dello Sco e oggi capo dell'Antiterrorismo, Giovanni Luperi; Gilberto Caldarozzi e Spartaco Mortola.

dal sito di Repubblica

IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA

domenica 2 maggio 2010

Tavagnasco Rock


A due passi dal cuore d'Europa, dove francesi, italiani e tedeschi con le loro culture s'incontrano, c'è Tavagnasco, un bel paese di campagna, piccolo (ottocento anime) e tranquillo, adagiato in un angolo di Canavese, a un passo dalla Valle d'Aosta.
Qui opera l'associazione Spazio Futuro, attiva dal giugno 1983, la quale, con l'apporto dell'inventiva e dell'attività dei suoi soci, si è prefissata l'obiettivo di contribuire allo sviluppo culturale e turistico della zona, mettendo particolare cura nella divulgazione della musica.


L'associazione, legalmente riconosciuta e senza scopo di lucro, dal 1990 organizza Tavagnasco Rock, festival musicale che offre a giovani gruppi emergenti provenienti da tutta Italia l'occasione di presentarsi all'attenzione di un vasto pubblico. La scelta dei partecipanti avviene in base ad una selezione nazionale. Il programma è completato ogni sera da artisti ospiti già affermati sulla scena italiana o internazionale.

Caratteristica di Tavagnasco Rock è l'organizzazione, i cui componenti - impegnati nelle mansioni più diverse - sono tutti volontari, appassionati di musica, che disinteressatamente offrono ciascuno la propria competenza, affinché l'evento si realizzi. Nei giorni del festival, fra volontari e musicisti nasce naturalmente un'intesa, nel nome del comune amore della musica e della voglia di festa: è l'atmosfera tipica di Tavagnasco Rock, ricordata da tutti i partecipanti anche a distanza di tempo e sempre percepita anche dal pubblico


lunedì 26 aprile 2010

Il 25 aprile secondo Gianmaria Testa


Anche quest’anno il concerto-happening nelle Langhe cuneesi Insieme ai partigiani, le parole «semplicie e dure» di Erri De Luca

di Paolo Odello

Di nuovo sul palco della palestra comunale di Treiso, Langhe cuneesi terra di memoria partigiana e non solo di vini e tartufi. Gianmaria Testa in concerto per mantenere vivo quel 25 aprile che in troppi vorrebbero archiviare una volta per tutte. Lo affiancano Gabriele Mirabassi con il suo clarinetto, e le parole «semplici e dure» dello scrittore Erri De Luca. Concerto gratuito aperto a tutti (fino ad esaurimento dei posti), che chiude i festeggiamenti per il 25 aprile organizzati a Treiso (Cn) dall’Anpi. Un appuntamento che è ormai una tradizione, quel ritrovarsi fra amici, su di un palco montato alla buona. Un appuntamento che è ormai arrivato alla sua nona edizione. È dal 1956 che i partigiani vanno a Treiso, ogni 25 aprile si arrampicano in lenta processione fino al pilone eretto in ricordo del sacrificio dei Fratelli Ambrogio assassinati dai fascisti nel 1944. Ma è solo dall’aprile 2001 che, per iniziativa del Comandante Paolo Farinetti, alla fiaccolata ufficiale si aggiunge il concerto. Da sempre garantito dalla chitarra e dalla voce di Gianmaria Testa e dai vari amici che nel corso degli anni lo hanno affiancato. Musicisti, scrittori, giornalisti. Michele Serra, Giovanna Zucconi, Piero Ponzo, Nicola Negrini, Carlin Petrini: sul palco della palestra comunale sono passati in tanti. L’appuntamento è come sempre in piazza, poi, terminata la fiaccolata, ci si ritrova nella palestra, per raccontarsi, per ricordare, come si fa amici. «Ogni anno, purtroppo, i partigiani sono un po’ più vecchi, ogni anno, di conseguenza, la processione al Pilone, fatta rigorosamente a piedi, dura un pochino di più. Diventa difficile, perciò, indicare con esattezza l’orario di inizio. Ma non dimentichiamoci che non siamo a teatro, che questo non è un concerto come gli altri per i quali si paga un biglietto per entrare. Questa giornata è piuttosto la testimonianza della “nostra Resistenza”. Non dimentichiamolo», puntualizzano gli organizzatori. E infatti sul palco non si alternano oratori ufficiali e discorsi commemorativi, non parlano le autorità. «La gente riempie la palestra in silenzio e ascolta – racconta Gianmaria Testa - Qualcuno arriva da lontano. Molti sono giovani come i Fratelli Ambrogio e gli altri partigiani nel ’44. Ogni volta, prima del concerto, mi dico che cantare è poco, che ci vorrebbe un segno più forte, almeno un grido, per questi tempi di resistenza nuova. Ogni volta mi dico che il concerto è solo un pretesto. Conta la presenza. E il rifiuto di dimenticare». E proprio per non dimenticare, a poco più di un anno dalla scomparsa dell’ideatore dell’evento, il Comandante Paolo, quest’anno al concerto si aggiunge la creazione di un premio intitolato al comandante partigiano. «Voluto dalla famiglia Farinetti e promosso dall’Anpi di Alba insieme a Istituto storico della Resistenza di Cuneo e al Comune di Alba, città medaglia d’oro al valor militare – spiegano gli organizzatori – il premio è rivolto a opere scientifiche, cinematografiche, teatrali dedicate al tema della Resistenza nelle Langhe e nel Piemonte». La nuova iniziativa si propone di essere stimolo per quanti vogliano misurarsi con il patrimonio di esperienze e valori che Resistenza e Liberazione hanno lasciato in eredità.

domenica 25 aprile 2010

Al Gore, Saviano e l'informazione indipendente (24 aprile 2010)

A Perugia l'incontro dedicato al tema dell'indipendenza dell'informazione, tra il premio Nobel e lo scrittore. La serata si svolge nell'ambito della IV edizione del Festival internazionale del giornalismo di Perugia

1.Maria Latella introduce Roberto Saviano
(7m 38s)

2.L'intervento di Roberto Saviano
(23m 55s)

3.L'intervento di Al Gore
(33m 08s)

4.Il faccia a faccia Saviano-Al Gore

(54m 30s)

sabato 24 aprile 2010

Festa della Liberazione 2010



“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.”
(Piero Calamandrei, Milano, 26 gennaio 1955)